Torino, la vergogna della violenza travestita da protesta.
Ci sono immagini che fanno male. Immagini che ti restano dentro e ti fanno rabbia. Un poliziotto preso a martellate in mezzo alla strada non è “una manifestazione degenerata”. È una vergogna. È un fallimento. È il segno di una deriva che una società civile non può accettare.
Perché una cosa deve essere chiara, una volta per tutte: questa non è lotta politica, non è dissenso, non è libertà. È violenza. È barbarie.
Manifestare è un diritto sacrosanto. Ma prendere un martello e colpire un uomo in divisa, un lavoratore dello Stato, significa oltrepassare ogni limite. Significa disprezzare le regole, la democrazia, il vivere insieme. Significa trasformare la piazza in un campo di guerra.
E quello che fa ancora più male è il silenzio. Il silenzio di chi dovrebbe gridare “basta” senza esitazioni. Il silenzio di una parte politica che condanna sempre solo ciò che le conviene condannare. Come se ci fossero violenze più accettabili di altre. Come se l’aggressione diventasse meno grave perché arriva “da una certa parte”.
No. Non esiste violenza giusta. Non esiste martello “antifascista”. Non esiste odio “sociale” che possa essere giustificato.
Un poliziotto ferito non è un simbolo, non è un bersaglio: è una persona. È qualcuno che stava facendo il proprio lavoro, mandato lì per evitare il caos, e che torna a casa — se torna — con le ossa rotte e la dignità calpestata da chi predica libertà e pratica sopraffazione.
E allora sì, viene da essere incazzati. Viene da sentirsi traditi. Perché una democrazia non può tollerare che gli estremisti dettino legge nelle strade mentre altri tacciono, minimizzano, giustificano.
O si condanna con forza questa violenza, o si diventa parte del problema.
Perché oggi è un poliziotto. Domani può essere chiunque.
GAS
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