Israele e Palestina: la guerra delle narrazioni.
Visto da fuori, il conflitto israelo-palestinese è più di una guerra di armi: è una guerra di narrazioni.
Israele racconta ogni azione come necessità di sicurezza, trasformando scelte politiche e militari in reazioni inevitabili. Così consolida consenso interno e legittimità internazionale, anche di fronte a pesanti costi di vite umane.
I Palestinesi, dal canto loro, proiettano l’immagine di un popolo assediato.
E’ un racconto potente, che suscita empatia globale, ma che nasconde divisioni interne e l’uso politico del conflitto da parte delle leadership, soprattutto Hamas. La vittima c’è, ma la narrazione è calibrata per restare centrale nello scenario internazionale.
Lo spettatore esterno si trova davanti due verità inconciliabili: Israele come fortezza assediata, Palestina come nazione negata. Entrambe contengono frammenti reali, ma entrambe sono selettive e funzionali agli interessi di chi li diffonde.
Gli attori regionali e globali contribuiscono a questa dinamica: l’Iran amplifica la resistenza palestinese, i Paesi del Golfo normalizzano Israele ridimensionando la causa palestinese, Stati Uniti ed Europa che oscillano tra retorica e calcoli strategici, Russia e Cina usano la crisi come strumento geopolitico.
Il risultato è chiaro: il conflitto, più che risolto, viene gestito e sfruttato. Non perché manchino soluzioni, ma perché la sua esistenza serve a troppi.
Il conflitto continua non per destino, ma perché è più utile aperto che risolto.
www.pensarepercostruire.it


