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Libertà,  Società

MODENA. IL PREZZO CHE PAGHIAMO PER UN’IDEOLOGIA.

Ieri pomeriggio a Modena un uomo ha lanciato un’auto sulla folla. Otto feriti. Una donna con le gambe schiacciate. Un passante accoltellato mentre cercava di fermarlo.

Si chiama Salim El Koudri. Ha 31 anni. È italiano. Di origine marocchina.

E già mentre i feriti erano ancora a terra, era partito il solito copione. Salvini urla. Il sindaco difende. La sinistra parla di sciacallaggio. La destra parla di invasione.

Nel mezzo, otto persone in ospedale.

Il problema che nessuno vuole nominare.

L’immigrazione di massa incontrollata non è una scelta delle persone che arrivano. È una scelta politica. Di governi europei che per trent’anni hanno aperto le porte senza mai chiedersi cosa succede dopo.

Dopo l’arrivo. Dopo l’accoglienza. Dopo i centri. Dopo i sussidi.

Cosa succede a chi arriva in un paese che non lo integra davvero? Che lo accoglie per dovere morale o per convenienza economica, ma non lo fa mai diventare parte di qualcosa?

Salim El Koudri è la risposta. Non l’unica. Non la più comune. Ma una risposta reale.

Il business che nessuno vuole toccare.

C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui l’Europa gestisce l’immigrazione.

Da una parte i proclami umanitari. Dall’altra un sistema che vale miliardi. Cooperative, ONG, strutture di accoglienza, appalti pubblici. Un sistema talmente radicato che smontarlo significherebbe toccare interessi economici enormi. 

Chi gestisce i centri di accoglienza guadagna per ogni migrante ospitato. Più arrivi, più guadagni. Nessun incentivo a integrare. Nessun incentivo a selezionare. Anzi, selezionare significherebbe guadagnare meno.

Il risultato? Si accoglie tutto e tutti. Si integra pochissimo. E quando qualcosa va storto, ci si scandalizza.

La selezione che non esiste.

In Italia entra chiunque. Con qualsiasi storia. Con qualsiasi precedente. Con qualsiasi problema, anche psichiatrico.
Salim El Koudri era stato segnalato nel 2022 per disturbi schizoidi. Era seguito dal centro di salute mentale.  Eppure ieri era libero di girare con una macchina nel centro di Modena.

Non è un problema di immigrazione soltanto. È un problema di sistema. Di uno Stato che non controlla, non seleziona, non monitora. Che accoglie per dovere ideologico e poi abbandona, sia i migranti che i cittadini.

L’ideologia che costa vite.

C’è una parola che in Europa è diventata quasi illegale pronunciare: selezione.

Selezionare chi entra. Distinguere tra chi fugge davvero dalla guerra e chi usa la rotta migratoria come canale economico. Tra chi ha intenzione di integrarsi e chi no. Tra chi ha problemi psichiatrici gravi e chi no.

Dire queste cose non è razzismo. È buon senso.

Ma il buon senso fa a pugni con un’ideologia che ha trasformato l’accoglienza indiscriminata in una virtù morale assoluta. Chi osa mettere paletti è fascista. Chi chiede controlli è razzista. Chi propone rimpatri è disumano.

E intanto a Modena otto persone sono in ospedale.

La domanda finale.

Non è: “Tutti gli immigrati sono pericolosi?” No. Ovviamente no.

Non è: “Chiudiamo tutto?” Non funzionerebbe e non sarebbe giusto.

È: “Fino a quando continuiamo a pagare il prezzo di una politica migratoria fatta di ideologia, ipocrisia e interessi economici, invece che di buon senso?”
Quella è la domanda. Quella è la vergogna.

Gli otto feriti di Modena meritano una risposta vera.

Non un’altra conferenza stampa.

GAS.

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