La recita della sovranità europea.
Costruire o subire
Davos Mark Carney ha fatto a pezzi una delle più grandi ipocrisie della politica occidentale:
l’idea che l’“ordine internazionale basato sulle regole” esista ancora.
Ha detto ciò che tutti sanno e quasi nessuno osa dire: le grandi potenze usano commercio, finanza, energia e catene di approvvigionamento come armi. E quando ti adatti sperando di non essere colpito, non sei prudente: sei subordinato.
In Europa, invece, continuiamo a recitare.
Parliamo di sovranità mentre la esercitiamo solo quando non disturba nessuno.
Parliamo di valori mentre applichiamo standard diversi a seconda che la coercizione venga da un “alleato” o da un rivale.
Parliamo di realismo mentre accettiamo tutto ciò che ci viene imposto.
Carney lo dice senza giri di parole: questa non è sovranità, è teatro della sovranità.
Il confronto è devastante.
Si scambia l’obbedienza per forza, con una classe dirigente europea che vive di nostalgia e chiama “responsabilità” la rinuncia.
“La nostalgia non è una strategia.”
Eppure è l’unica che Bruxelles sembra avere.
Oggi un leader ha indicato una strada per non diventare il menù nel mondo degli imperi.
L’Europa, come spesso accade, preferisce continuare a fingere che il cartello in vetrina basti a proteggerla.
Spoiler: non basterà.
GAS
