L’antisemitismo non è una bandiera da sventolare per convenienza politica.
Una questione che dovrebbe unire chiunque abbia una coscienza è diventata l’ennesimo terreno di scontro tra partiti. Non si combatte per difendere un principio, ma per colpire l’avversario.
L’antisemitismo non è un’opinione. Ma neppure la lotta all’antisemitismo può diventare propaganda.
Parto da due punti fermi. Gli ebrei non sono responsabili delle decisioni del governo israeliano. Colpire, discriminare o minacciare una persona perché ebrea è antisemitismo, senza se e senza ma, e nessuna causa, nemmeno quella palestinese, lo giustifica. Allo stesso tempo, criticare Netanyahu, contestarne le scelte militari o denunciare le sofferenze dei palestinesi non rende nessuno antisemita.
Confondere i due piani è un errore. Pretendere di non distinguerli mai è peggio.
Quando i principi diventano merce elettorale
Il ddl che richiama la definizione IHRA poteva essere l’occasione per rispondere a una domanda seria: come si combatte l’odio antiebraico senza comprimere la libertà di critica politica? Si è trasformato in una gara a chi attribuisce all’altro le intenzioni peggiori.
Da una parte c’è chi trasforma ogni obiezione in una patente di indifferenza verso l’odio, e usa la parola antisemitismo come un manganello per chiudere la discussione. Dall’altra c’è chi parla di bavaglio ancora prima di aver letto gli articoli, e vede censura ovunque pur di non guardare l’odio che cresce anche nelle proprie piazze. Sono due modi diversi di fare la stessa cosa: scambiare una questione seria per uno slogan.
Le preoccupazioni vere esistono e vanno discusse nel merito. Se il testo ha formulazioni ambigue, si indichino gli articoli e si propongano le modifiche. Se una forza politica lo respinge, dica quali disposizioni ritiene sbagliate e perché.
Questa è politica. Il resto è comunicazione elettorale, e chi la pratica sa benissimo cosa sta facendo.
La coerenza si misura quando costa
È facile condannare il razzismo quando lo commette chi non votiamo. Molto più difficile è riconoscerlo nelle piazze che consideriamo amiche.
Chi denuncia le vittime palestinesi non può chiudere gli occhi davanti all’antisemitismo. Chi difende giustamente gli ebrei non può trattare la sofferenza palestinese come un argomento proibito. E chi sostiene una legge contro l’odio non può usarla per zittire il dissenso.
I diritti non sono una tessera di partito. Non cambiano valore a seconda di chi li invoca.
Il criterio
Propaganda non è solo quella di chi strumentalizza. Lo è anche l’accusa di strumentalizzazione, quando serve a liquidare ogni dubbio giuridico come malafede. Comincia quando si abbandona il merito, si selezionano solo gli argomenti comodi e si riduce tutto a una sfida tra buoni e cattivi. Chi la fa non cerca di convincere: cerca di far tacere. E lo fa sulla pelle di chi dovrebbe essere protetto, perché ogni accusa di antisemitismo usata per convenienza svaluta quelle vere.
Un’accusa così grave non va lanciata con leggerezza, né minimizzata quando ci sono elementi concreti. Le leggi si giudicano per ciò che stabiliscono, le posizioni per le ragioni che le sostengono, le accuse per le prove che le reggono.
Non mi interessa quale schieramento ci guadagni. Mi interessa che almeno su questo la dignità umana venga prima della convenienza di partito. Quando un principio diventa solo uno strumento per delegittimare l’avversario, è la politica che si serve del principio. E chiunque lo faccia, è un impoverimento della democrazia.
PXC


