25 aprile: la festa che non riesce a unire.
Ogni anno, puntuale, torna lo stesso dibattito. E ogni anno si conclude nello stesso modo: con chi si sente escluso da un lato, e chi accusa di strumentalizzazione dall’altro.
Un dialogo tra sordi che non fa onore né alla storia né al presente.
Vale la pena provare a guardare la questione con più precisione.
Il dato storico non si cancella
Il 25 aprile commemora la fine dell’occupazione nazifascista e la caduta di un regime. Non è una ricorrenza nata neutra: ha un contenuto specifico, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Pretendere che includa simmetricamente chi si identifica con quella parte sconfitta non è un’apertura — è una riscrittura della storia.
Ma questo non è il problema reale. Il problema reale è un altro.
In Italia esistono milioni di persone che non si riconoscono nel fascismo storico — non ci hanno mai pensato un giorno in vita loro — ma che nelle piazze del 25 aprile faticano a sentirsi a casa. Non perché siano “dalla parte sbagliata della storia”, ma perché la commemorazione è diventata, in molti casi, qualcosa di più stretto e più recente: un contenitore per posizioni politiche contingenti, spesso lontane dall’evento che si dovrebbe celebrare.
Questo non è un’impressione: è osservabile. Bandiere di movimenti che con la Resistenza non hanno nulla a che fare. Slogan su conflitti contemporanei. La logica della prova di appartenenza, dove non basta essere antifascisti — bisogna esserlo nel modo giusto, con gli alleati giusti, sulle cause giuste.
Si può essere antifascisti convinti e trovare tutto questo fuori luogo. Anzi: si dovrebbe poterlo trovare fuori luogo senza essere messi in discussione come persone.
La contraddizione da non ignorare.
C’è una tensione reale in ogni democrazia che voglia mantenere viva una memoria condivisa: come si evita che quella memoria diventi proprietà di una parte? Non è una domanda retorica. È una domanda difficile, e chi la pone merita risposte argomentate — non l’accusa automatica di nostalgia o revisionismo.
L’antifascismo come valore fondativo della Repubblica italiana è fuori discussione. Ma l’antifascismo come linguaggio di esclusione politica nel 2025 è un’altra cosa. Confondere i due piani non protegge la memoria storica: la indebolisce, perché la espone all’accusa — spesso strumentale, ma non sempre infondata — di essere diventata un’etichetta più che un contenuto.
Cosa significherebbe un 25 aprile davvero condiviso?
Non significherebbe cancellare il contenuto storico della ricorrenza. Significherebbe tenere distinti i piani: la commemorazione di ciò che accadde, con la sua chiarezza morale, da un lato — e le battaglie politiche del presente, dall’altro. Le seconde sono legittime; ma non hanno bisogno della prima per esistere, e la prima non ha bisogno delle seconde per sopravvivere.
Una festa che parla di libertà dovrebbe potersi permettere di incarnarla. Anche quella di chi non si allinea alle cause del momento. Anche quella del dissenso interno.
Finché questo non diventerà la norma, il 25 aprile resterà quello che è diventato: un appuntamento importante per chi già condivide certe posizioni, e una data che gli altri osservano da lontano. Non è una tragedia. Ma non è nemmeno ciò che potrebbe essere.
PxC


