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L’Occidente non è sotto assedio. È sotto esame.

Le minacce esterne esistono. Ma la nostra vulnerabilità maggiore è dentro casa.

Gira un ragionamento brutale: cinquecento milioni di europei al riparo dell’ombrello americano, una Russia che continua a minacciare, una guerra in Ucraina che ha mostrato quanto siano fragili gli equilibri, due miliardi di musulmani e un islamismo radicale che non nasconde le sue ambizioni. Siamo pochi e finiremo male, sembra dire.

I numeri, da soli, non dicono niente. Fare di due miliardi di persone un unico nemico è sbagliato. Ma liquidare tutto come provocazione è comodo, e altrettanto sbagliato.

La domanda vera è un’altra: abbiamo ancora la volontà di difendere ciò che abbiamo costruito?

Un mondo che non aspetta le nostre incertezze

Putin ha dimostrato che forza militare, pressione economica e propaganda servono ancora a inseguire ambizioni imperiali. In Ucraina non si gioca solo un confine: si gioca il principio per cui i confini non si spostano con la forza.

Hamas, il jihadismo e i progetti teocratici che negano libertà, pluralismo e uguaglianza non sono un’invenzione della propaganda occidentale. Non è una questione di religione. È una questione di libertà. La fede è un diritto. Usarla come arma politica per imporre un modello incompatibile con la democrazia no.

Il nemico più pericoloso è la nostra debolezza

Non credo che l’Occidente soccomberà per questione di numeri. Le civiltà non si pesano in demografia: si misurano nella capacità di produrre idee, costruire alleanze, difendere istituzioni, trasmettere valori.

Ed è qui che la contraddizione viene a galla. Proclamiamo libertà e uguaglianza, ma le difendiamo con meno convinzione di quanta ne mettiamo nel proclamarle.

Ci dividiamo su tutto. Ogni crisi internazionale diventa una partita tra schieramenti. Pesiamo le violazioni dei diritti umani con bilance diverse a seconda di chi le commette: ci indigniamo subito per certe vittime e diventiamo prudenti davanti ad altre.

È questa indignazione selettiva a svuotare la nostra credibilità, più di qualsiasi nemico.

Israele, Ucraina e le nostre contraddizioni

Due vicende profondamente diverse, che hanno messo a nudo le stesse crepe.

Si può criticare il governo israeliano, contestarne le scelte militari e difendere il diritto dei palestinesi a uno Stato e a una vita dignitosa. Ma non si può cancellare Hamas, né il diritto di Israele a esistere e a proteggere i suoi cittadini.

Si può volere la pace in Ucraina senza fingere che aggressione e legittima difesa siano la stessa cosa.

La pace è un obiettivo. Non può diventare un alibi.

Difendere non significa sentirsi superiori

Le nostre democrazie hanno sbagliato, prodotto ingiustizie, attraversato stagioni buie. Ma hanno costruito gli strumenti per correggersi: stampa libera, separazione dei poteri, elezioni, tutela delle minoranze, diritto al dissenso. Conquiste che non possiamo dare per scontate. E non possiamo pretendere che il mondo le rispetti se per primi le trattiamo come valori in saldo.

Sull’integrazione il punto è semplice. Chi vive nelle nostre società, di qualunque fede o cultura, rispetta le leggi e i diritti fondamentali, senza eccezioni. L’integrazione non è una strada a senso unico: all’accoglienza di chi arriva deve corrispondere il rispetto delle regole di chi è accolto.

L’esame

Non serve costruire nuovi nemici né alimentare paure. Serve lucidità, responsabilità, una visione comune. Un Occidente che scambia la tolleranza per rinuncia e il dialogo per resa diventa vulnerabile anche senza essere sconfitto.

La libertà non è un’eredità che si conserva da sola. È una conquista che ogni generazione deve saper difendere.

L’esame, in fondo, non lo stiamo sostenendo davanti a Putin o ad Hamas. Lo stiamo sostenendo davanti a noi stessi: siamo ancora convinti del valore della nostra libertà, o abbiamo cominciato a darla per scontata?

Pensare per Costruire

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