Violenza mai. Ma il carovita è reale e i giovani vanno aiutati a lavorare.
Sabato 17 ottobre, a Milano, Bologna e Torino, i cortei contro il carovita sono finiti in scontri. A Milano, in piazza Duomo, pietre contro la polizia, un bagno chimico incendiato, negozi saccheggiati. A Bologna la stazione è stata chiusa per i disordini. A Torino una libreria devastata. Decine i fermati. https://www.ilpost.it/2026/10/17/scontri-milano-manifestazione-carovita/
Questa non è protesta. Chi lancia sassi e bombe carta contro la polizia, chi incendia, chi saccheggia i negozi dei commercianti e devasta una libreria non sta difendendo nessuno: è un teppista. Non un ragazzo arrabbiato, non un “giovane che esprime il disagio”: un teppista. E ha rovinato la giornata a chi era sceso in piazza per protestare in modo pacifico, regalando al potere la scusa per non ascoltare.
Con la stessa durezza va detto un’altra cosa. Colpevole non è solo chi spacca. Lo è anche chi, in politica o fuori, davanti a quelle immagini cerca scuse, minimizza, parla di “tensioni” e “rabbia sociale” come se bastasse a lavare la coscienza. Chi giustifica la violenza o la guarda con simpatia ne è complice morale, e non ha il diritto di dare lezioni a nessuno. La violenza si condanna e basta, senza “ma” e senza “però”.
Ma fermarsi qui sarebbe comodo. A Milano erano circa cinquemila, quasi tutti giovanissimi. Non è un dettaglio. La maggior parte di loro non ha mai tirato un sasso, e dietro quella piazza ci sono ragioni vere. Condannare i violenti non significa far finta che il problema non esista.
Basta guardare la spesa. A settembre i prezzi sono saliti più del 4% rispetto a un anno prima, il rincaro più alto da tre anni. E chi ha meno lo sente di più: per le famiglie con meno soldi i prezzi sono saliti più che per quelle benestanti. Gli stipendi, intanto, non hanno recuperato quello che hanno perso. Sulle bollette e sull’energia un governo può fare poco. Ma su come aiutare le famiglie e far crescere gli stipendi può fare molto.
https://www.finanza.com/finanza/dati-macroeconomici/inflazione-settembre-2026-energia-alimentari
Non sono un avversario di questo governo, e proprio per questo voglio essere onesto. Sul lavoro qualcosa di buono è stato fatto: in un anno ci sono più di trecentomila occupati in più, e quasi tutti con contratti stabili. Chi dice che è tutto precariato non racconta la verità.
Ma c’è un pezzo di Paese che resta indietro: i giovani. Quasi uno su tre, sotto i trent’anni, ha un contratto a termine, contro uno su dieci nel resto dei lavoratori. Se hai un lavoro che può finire fra pochi mesi, e intanto i prezzi salgono, non riesci a mettere da parte niente. Non puoi pensare a una casa, a una famiglia, a un futuro. Qui il governo deve fare di più, e dirlo non è un tradimento: è lealtà.
L’aiuto alle imprese che assumono giovani è una buona idea, e va riconosciuto. Ma dura poco e scade a fine anno. Con una misura che dura un anno non si può chiedere ai ragazzi di fidarsi del futuro.
Io farei tre cose, con il buonsenso.
Primo: aiutare le imprese che assumono i giovani, ma premiando di più chi li tiene davvero. Poco all’inizio, di più quando il contratto diventa stabile, ancora di più se il rapporto dura.
Secondo: controlli semplici ma seri. Chi assume solo per prendere l’aiuto e poi manda a casa il ragazzo deve restituire tutto. Ma le regole devono essere facili: un artigiano con pochi dipendenti non può passare mesi tra scartoffie.
Terzo: stipendi che reggano i prezzi. Un contratto stabile con una busta paga che vale sempre meno è una stabilità finta.
E poi bisogna controllare se funziona: quanti ragazzi sono ancora al lavoro dopo uno o due anni e quanto guadagnano. Se funziona si rafforza, se no si cambia. Vale per questo governo e per quelli che verranno.
Chi usa la violenza va fermato e punito, senza sconti: è un dovere dello Stato verso chi lavora, chi apre un negozio, chi manifesta in modo civile. Ma la risposta non può essere solo la fermezza: bisogna togliere i motivi per cui i giovani scendono in strada. Un ragazzo con un lavoro stabile e uno stipendio che regge i prezzi non ha bisogno di gridare, e non si lascia usare dai violenti.
Pensare per costruire significa anche questo: condannare ciò che è sbagliato, riconoscere ciò che è giusto, e non regalare mai un alibi a chi usa la violenza.
PXC


