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IL CAMPANILE CHE CI GIUDICA TUTTI.

“Dal campanile al minareto: cosa l’Italia dei mille comuni rivali può insegnare a chi predica inclusione senza viverla”.

Sono cresciuto a tre chilometri da un paese che, ancora oggi, i miei nonni chiamavano “quelli di là”. Non c’era una guerra. Non c’era un confine geopolitico. C’era un campanile diverso, una squadra di calcio diversa, una processione che cadeva in un’altra domenica. Bastava questo.

Oggi quello stesso meccanismo, minuscolo, ridicolo, vissuto con una serietà imbarazzante, lo ritrovo identico, solo riscalato, nelle stanze di Bruxelles e nei dibattiti sull’immigrazione. Cambiano i numeri, cambia la posta in gioco, ma il software psicologico è lo stesso: noi e loro, qui e là, dentro e fuori.

E allora lo dico chiaro: con che faccia pretendiamo di insegnare l’inclusione su scala continentale, quando non riusciamo a praticarla tra un comune e quello confinante?

Il campanilismo è il nostro vaccino contro l’ipocrisia

C’è una cosa che il campanilismo italiano ci offre gratis, e nessuno la usa: la prova empirica che l’identità locale non si dissolve per decreto. Non basta un trattato, una direttiva, una campagna di sensibilizzazione. Decenni di Repubblica, di scuola unica, di televisione nazionale, di autostrade che ci hanno fisicamente cuciti insieme e ancora oggi c’è chi non manda il figlio a giocare nella squadra del paese vicino. Per principio.

Se questo accade tra italiani, con la stessa lingua, la stessa bandiera, lo stesso campionato da tifare la domenica, smettiamo di stupirci che l’inclusione europea, tedeschi e greci sul debito, polacchi e francesi sui migranti, nord e sud su tutto, non si risolva con un comunicato stampa della Commissione.

L’inclusione decretata è una bugia che ci raccontiamo

Qui sta il punto che nessuno ha il coraggio di scrivere: l’inclusione non è un valore che si proclama dall’alto. È un processo lento, spesso doloroso, che richiede tempo, attrito, convivenza — e che a volte, persino con tutto questo, non arriva mai del tutto. Lo dimostra il campanile sotto casa, figuriamoci un continente.

Eppure la retorica ufficiale, sull’UE, sull’immigrazione, su qualunque tema venga oggi imbustato nella parola “inclusione”, funziona all’incontrario. Pretende che basti la buona volontà, lo slogan, la direttiva, e il problema sia risolto. Chi solleva dubbi, chi fa notare le difficoltà reali di una convivenza forzata, viene bollato come nostalgico, sovranista, intollerante.

Ma la vicinanza fisica, da sola, non crea inclusione. Anzi: a volte la rivalità si alimenta proprio dalla prossimità. Lo sa bene chi vive in un paese di tre mila abitanti confinante con un altro di tre mila abitanti e lo sa, su scala enormemente più seria, chi gestisce flussi migratori reali, con tutto il carico di tensioni sociali, economiche, culturali che comportano, e che la propaganda riduce a un dibattito da bar tra “buoni” e “cattivi”.

Quando il campanile diventa minareto

C’è un livello del campanilismo che va oltre il dialetto e la squadra di calcio: la fede. Il campanile, non a caso, è un simbolo religioso prima che geografico. E se due paesi confinanti, entrambi cattolici, entrambi con la stessa Via Crucis il Venerdì Santo, faticano a riconoscersi vicini, cosa succede quando la differenza non è tra un santo patrono e l’altro, ma tra un’intera cosmologia religiosa e culturale?

Qui il discorso sull’inclusione cambia scala e va detto fino in fondo. L’Occidente cristiano, secolarizzato, individualista, abituato a separare fede e Stato dopo secoli di sangue versato per arrivarci, si trova a convivere con culture orientali, e in particolare islamiche, dove quella separazione spesso non esiste, o esiste in forma diversa, o viene rifiutata per principio. Non è cattiveria reciproca: è una distanza strutturale, antropologica, costruita in millenni.

Pretendere che questa distanza si risolva con l’integrazione “morbida” predicata nei convegni, qualche corso di lingua, qualche festival multiculturale, e via, è la stessa illusione del campanilismo applicata su scala religiosa, solo molto più seria nelle conseguenze. Se il mio vicino di paese, cristiano come me, mi resta estraneo per un’antica rivalità di confine, quanto più lento, complesso e doloroso sarà l’incontro tra un’antropologia religiosa che separa Dio e Cesare e una che li tiene uniti per costituzione?

Non lo scrivo per giustificare muri, né per dare ragione a chi vuole chiudere le frontiere per partito preso. Lo scrivo perché l’unica inclusione che reggerà nel tempo è quella che parte dal riconoscere queste distanze, non quella che le nega a forza di buoni sentimenti da slogan.

La domanda che nessuno vuole farsi

Non sto dicendo che l’inclusione sia impossibile. Sto dicendo che è un lavoro, non un annuncio. E prima di pretendere che un intero continente, o un’intera nazione, si apra senza attrito a chi viene da fuori, forse dovremmo guardare a come trattiamo chi viene “da dentro”, il vicino di provincia, il dialetto diverso, la squadra rivale.

Chi oggi predica l’inclusione come dogma morale, senza ammettere la complessità del processo, sta vendendo una favola. E le favole, quando si scontrano con la realtà del campanile, dei flussi migratori, delle distanze religiose e civilizzazionali, lasciano solo rabbia e disillusione, il terreno perfetto per chi poi sfrutta quella rabbia con risposte semplicistiche e identitarie.

L’inclusione vera si costruisce con onestà, non con propaganda. E l’onestà comincia ammettendo che, se non riusciamo a includere il paese a tre chilometri da noi, dovremmo essere un po’ più umili prima di dare lezioni al mondo.

PxC

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