L’illusione dell’unità.
La sinistra italiana sembra vivere in una contraddizione permanente: invoca unità quando è all’opposizione, ma coltiva divisioni quando dovrebbe costruirla davvero. Esulta per un risultato referendario come se fosse l’alba di una nuova stagione politica, ma evita di affrontare il nodo centrale: non basta essere contro Giorgia Meloni per essere credibili come alternativa.
C’è un’ipocrisia di fondo nel parlare di “campo largo” quando, nei fatti, ogni forza politica difende il proprio recinto. Il Partito Democratico fatica a decidere cosa vuole essere, il Movimento 5 Stelle cambia linea a seconda della convenienza, e gli alleati minori alzano bandiere identitarie che rendono qualsiasi sintesi quasi impossibile. Poi però, davanti agli elettori, si racconta la favola dell’unità imminente.
Le primarie vengono evocate come soluzione democratica, ma spesso sono solo uno strumento per rimandare i problemi: senza una visione condivisa, scegliere un leader diventa un esercizio vuoto. E un programma comune, quando nasce, è talmente annacquato da risultare poco credibile.
Il punto è che la coerenza manca. Si chiede fiducia agli elettori senza offrire chiarezza, si critica il governo per divisioni e propaganda ma si finisce per replicare gli stessi schemi. E così ogni “spallata” annunciata rischia di restare l’ennesimo slogan, più utile a tenere insieme i gruppi dirigenti che a costruire una vera alternativa politica
Finché questa ambiguità non viene risolta, il problema della sinistra non sarà la forza degli avversari, ma la propria incapacità di essere qualcosa di solido, riconoscibile e soprattutto credibile.
GAS


