GIUSTIZIA E POTERE, QUANDO LA NARRATIVA CONTA PIU’ DELLA REALTA’.
L’equazione rovesciata della giustizia.
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui oggi percepiamo la giustizia. Non tanto nei singoli casi, che possono sempre essere spiegati con tecnicismi giuridici, regolamenti sportivi, competenze procedurali, ma nel messaggio simbolico complessivo che ne deriva.
Prendiamo due episodi apparentemente lontani: Caso Sea Watch e il caso Bastoni/Kalulu. Da un lato, una sentenza che obbliga lo Stato a risarcire un’organizzazione che aveva dichiarato apertamente l’intenzione di violare una legge, nel nome di un principio ritenuto superiore. Dall’altro, una decisione sportiva che conferma una squalifica basata su una simulazione, anche dopo che il protagonista della simulazione ha ammesso di aver esagerato il contatto.
Due mondi diversi, diritto pubblico e sport, ma una stessa sensazione: la logica della giustizia sembra muoversi in direzione opposta a quella dell’equità intuitiva.
C’è qualcosa di filosoficamente storto.
In entrambi i casi sembra emergere la stessa sensazione: la giustizia non segue una linea retta, ma una curva narrativa. Non premia tanto il rispetto della regola, quanto il racconto che si costruisce attorno alla sua violazione.
È come se l’equazione si fosse invertita: chi infrange la norma con una buona causa o una buona storia viene giustificato, chi subisce l’ingiustizia resta intrappolato nella formalità delle procedure.
La conseguenza è che la giustizia percepita si allontana e quando la distanza diventa troppo grande, la legge smette di essere un patto morale, non è più un confine ma un testo da interpretare.
La verità non è ciò che è accaduto, ma ciò che riesce a restare in piedi e la giustizia, più che una bilancia, somiglia a un pendolo spinto dalla retorica.
Il problema non è giuridico o sportivo. È culturale. Quando le persone percepiscono che la giustizia non coincide più con l’idea intuitiva di equità, la fiducia nel sistema si erode.
E senza fiducia, le regole diventano mere formalità, non più un patto sociale condiviso.
La giustizia non dovrebbe essere solo corretta sul piano tecnico, ma comprensibile e percepita come giusta. Quando questo non accade, nasce la tentazione del cinismo: “Se la regola non premia chi la rispetta, perché rispettarla?”
Forse il paradosso che osserviamo non è un errore del sistema, ma il sintomo di una trasformazione più profonda: la giustizia come strumento di equilibrio narrativo e politico, più che come meccanismo impersonale di equità. In questo senso, la domanda resta aperta:
l’equazione della giustizia oggi premia la legge, o premia chi sa raccontarla meglio?
GAS

