L’IDRAULICO.
Il lavandino perdeva, goccia dopo goccia, come un piccolo tamburo della verità. Ma quella goccia non aveva bisogno di applausi, solo di mani capaci di fermarla.
Il segretario apparve allora, non come chi ascolta, ma come chi deve essere visto. Entrò in scena come un attore principale, con gesti studiati, sorrisi misurati, frasi pronte. Ogni parola era una lampada che illuminava solo lui, e non il buio sotto le piastrelle bagnate.
Il capriccio di Landini esplose come fuochi d’artificio in una stanza silenziosa: non gli importava della perdita, del disagio, dei lavoratori stanchi. Gli importava di apparire grande, di dominare la scena. “Guardate come sono saldo, guardate come negozio, come decido!” sembrava gridare, mentre chi doveva davvero riparare il lavandino attendeva solo un segnale concreto.
Ogni rivendicazione dei lavoratori diventava un pretesto per esaltare il proprio ego. Le mani sporche, la schiena curva, l’acqua che scorreva in inutili pozzanghere… tutto questo era il sottofondo di una sinfonia che aveva un solo protagonista: lui. La politica reale, quella che ascolta, media, agisce, era stata sostituita dal teatro del sé.
Il lavandino continuava a perdere, imperterrito. E con esso, ogni credibilità del segretario. La scena era sua, ma il dramma vero non si poteva recitare: i lavoratori aspettavano, l’acqua scorreva, e l’ego restava in piedi come un pupazzo illuminato da riflettori falsi.
Così Landini diventava una contraddizione ambulante: il portavoce dei diritti che li tradiva con ogni applauso rivolto a se stesso. E il lavandino, piccolo testimone, ricordava a tutti che senza chi lavora davvero, anche il più grande protagonista non è che un fantoccio in un teatro vuoto.
G.a.s.

