Quando la propaganda sostituisce la realtà.
Disinformazione.
L’ennesima polemica sollevata da Ilaria Salis sul controllo dei documenti negli alberghi non è solo fuori bersaglio: è un esempio lampante di come si possa piegare la realtà per costruire uno scontro politico artificiale.
I fatti sono semplici, e non ammettono interpretazioni fantasiose: in Italia gli hotel hanno l’obbligo di identificare gli ospiti e trasmettere i dati alla questura. È una norma di pubblica sicurezza, esiste da decenni e vale per chiunque. Non è una misura “del governo”, non è un abuso, non è una novità.
E allora viene da chiedersi: perché raccontarla come se lo fosse?
A questo punto le possibilità sono due, e nessuna delle due è rassicurante: o non si conoscono le regole basilari — il che è grave per chi pretende di fare battaglia politica — oppure le si conosce benissimo e si sceglie deliberatamente di distorcerle per alimentare indignazione e consenso.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: disinformazione.
C’è poi un tema di credibilità che non può essere ignorato. Chi è già al centro di vicende giudiziarie complesse dovrebbe avere il massimo rigore nel raccontare i fatti, non il minimo. Perché ogni parola imprecisa, ogni attacco generico alle istituzioni, finisce per apparire non come una denuncia, ma come un riflesso ideologico automatico: il governo ha torto a prescindere.
Questo non è spirito critico. È propaganda.
E la propaganda costruita su episodi ordinari, trasformati ad arte in presunti abusi, è forse la forma più dannosa di tutte, perché mina la comprensione della realtà nelle persone comuni.
Criticare è un diritto. Ma farlo ignorando i fatti, o peggio piegandoli, non è coraggio: è scorrettezza intellettuale.
Se il livello del dibattito pubblico deve ridursi a questo, allora il problema non è più la politica. È la serietà di chi la usa come palcoscenico.
PxC


