Quando la tutela diventa arbitrio: lo Stato che separa le famiglie sbagliate.
Il caso dei bambini sottratti alla famiglia che vive nei boschi non è solo un eccesso di zelo giudiziario: è il sintomo di un sistema che colpisce dove è facile e arretra dove sarebbe necessario intervenire davvero.
La giustizia minorile mostra un’ambiguità strutturale: interviene duramente contro una famiglia alternativa ma coesa, mentre chiude gli occhi davanti alle condizioni inaccettabili in cui vivono molti bambini rom nei campi italiani.
Prima che una contraddizione, è una distorsione etica.
L’allontanamento non dovrebbe mai essere lo strumento per correggere uno stile di vita non conforme, né l’alibi per evitare di affrontare fallimenti politici e sociali che durano da decenni.
La tutela è tale solo se rimuove le cause del degrado, non se scarica sui minori il peso della marginalità.
Separare i bambini da una famiglia che li ama è un atto gravissimo.
Lasciarli crescere in baraccopoli senza acqua né servizi è un atto vigliacco.
Il compito dello Stato non è quello di punire la diversità, ma di garantire dignità.
E, soprattutto, equità: senza la quale non può esistere giustizia.


