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QUANDO LO STATO FA LA PREDICA ALLA CHIESA.

Chi giudica chi? Il rovesciamento morale tra Stato e Chiesa.

Su Instagram, mi sono soffermato su un reel di “pro Italia”. Non per il contenuto in sé, ormai la critica alla deriva “woke” della Chiesa è un genere letterario a parte, ma per un dettaglio che di solito passa in secondo piano: il rovesciamento dei ruoli.

Per due millenni la Chiesa ha impartito lezioni di morale allo Stato. Oggi è vero il contrario. E nessuno sembra trovarlo strano.

Una crisi che viene da dentro

Non è colpa dello Stato se la Chiesa ha smarrito la bussola. È una crisi endogena, prima ancora che imposta dall’esterno. Una Chiesa sempre più antropocentrica, sempre meno cristocentrica, che ha sostituito la centralità di Cristo con la centralità dell’uomo, inteso non come persona nella sua interezza, ma come categoria da tutelare, da includere, da “accogliere” a prescindere.

L’accoglienza, da gesto evangelico, è diventata dogma. E come ogni dogma che si rispetti, non ammette dubbi, non tollera distinzioni, non conosce eccezioni. Chi la mette in discussione, anche solo per chiedersi come si accoglie, non se, viene trattato da eretico.

L’amore sostituito dall’empatia

C’è una differenza sottile ma decisiva tra l’amore cristiano per il prossimo e l’empatia astratta per l’umanità. Il primo è concreto, esigente, spesso scomodo: implica giudizio, implica responsabilità, implica dire la verità anche quando non piace. La seconda è comoda, indistinta, buona per ogni occasione: implica solo un buon sentimento e una story su Instagram.

Il primo costruisce comunità. La seconda costruisce consenso.

Quando la Chiesa ha scambiato l’uno con l’altra, ha smesso di essere scomoda, e ha smesso, di conseguenza, di essere davvero cristiana in senso pieno. È diventata un’agenzia di servizi sociali con un crocifisso in bacheca, più preoccupata di non urtare la sensibilità corrente che di annunciare qualcosa che, per definizione, la sensibilità corrente dovrebbe metterla in discussione.

Lo Stato “maestrina”

E qui arriva il secondo pezzo del rovesciamento. Uno Stato, anzi, un’intera cultura pubblica, fatta di governi, media, istituzioni sovranazionali, che si è auto-investito del ruolo di educatore morale, e che non perde occasione per ricordare alla Chiesa quali posizioni sono ammissibili e quali no. Sull’immigrazione, sulla famiglia, sui diritti: la gerarchia dei valori la stabilisce ormai il Palazzo, non l’altare.

È lo Stato a decidere cosa sia “morale” e cosa sia “discriminazione”. È lo Stato a impartire lezioni di inclusione a un’istituzione che, piaccia o no, riflette da duemila anni sul senso del bene e del male con strumenti un po’ più solidi di un comunicato stampa.

Il risultato è surreale: un’istituzione nata per giudicare il potere temporale viene giudicata dal potere temporale. Una scolaretta da rieducare, appunto.

La domanda scomoda

Non è un problema di destra o di sinistra, per quanto la vulgata voglia farlo sembrare tale. È un problema di gerarchia dei valori. Quando un’istituzione religiosa smette di avere una bussola propria e inizia a prendere in prestito quella dominante, qualunque essa sia, di destra o di sinistra, smette anche di avere qualcosa da dire.

Forse la domanda vera non è se la Chiesa sia troppo woke o troppo poco. È se abbia ancora il coraggio di essere scomoda per tutti, Stato compreso.

PXC

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