Zelensky, l’Europa non è il tuo bancomat e nemmeno il tuo ostaggio.
La solidarietà non è un’obbedienza politica. E la guerra non può diventare uno strumento di pressione sugli alleati.
C’è qualcosa nel comportamento politico di Volodymyr Zelensky che merita una riflessione seria, anche a costo di andare controcorrente.
Partiamo da un presupposto: l’invasione russa dell’Ucraina è una responsabilità storica e politica di Mosca. Nessuna discussione può cancellare questo fatto, né il diritto degli ucraini a difendere la propria terra.
Ma riconoscere il diritto di un popolo alla difesa non significa concedere al suo presidente un’immunità dal giudizio politico.
Ed è proprio questo che sembra mancare in una parte del dibattito occidentale: la capacità di distinguere la solidarietà verso il popolo ucraino dal sostegno incondizionato a ogni scelta del suo presidente.
Zelensky, il 16 ottobre, a Bruxelles ha evocato la possibilità che, in caso di caduta dell’Ucraina, venti milioni di persone possano riversarsi in Europa.
Un’affermazione drammatica, certamente. Ma anche un messaggio politicamente molto pesante: se non continuerete a sostenerci, le conseguenze ricadranno anche su di voi.
Pochi giorni dopo, parlando della possibilità che alcuni Paesi europei ripristinino rapporti energetici con Mosca e chiedano un allentamento delle sanzioni, ha dichiarato: «Noi reagiremmo. Io reagirei sicuramente».
Ma reagire come? E con quale diritto un presidente straniero dovrebbe condizionare le scelte sovrane dei governi europei?
L’Europa non è una proprietà dell’Ucraina. È un insieme di Stati democratici, con cittadini, economie e responsabilità politiche proprie.
La solidarietà non può trasformarsi in un ricatto emotivo.
E qui arriviamo al punto più delicato.
Da anni l’Europa sostiene economicamente, militarmente e diplomaticamente Kiev. I cittadini europei ne sostengono i costi, le economie ne assorbono le conseguenze e i governi devono rispondere alle proprie opinioni pubbliche.
È legittimo chiedere aiuto. È legittimo pretendere rispetto degli impegni assunti. Ma è altrettanto legittimo chiedere conto delle strategie, degli obiettivi e delle prospettive di una guerra che continua a consumare vite umane e risorse.
Dov’è una prospettiva politica concreta? Qual è il punto d’arrivo? Quali compromessi possono essere discussi senza calpestare la sovranità ucraina? E soprattutto, chi ha il coraggio di spiegare ai cittadini europei quale prezzo siamo ancora chiamati a pagare e per quale obiettivo?
Non basta invocare la resistenza. Non basta chiedere nuove armi. Non basta evocare scenari catastrofici ogni volta che il sostegno internazionale viene messo in discussione.
Un presidente deve anche dimostrare di saper guardare oltre il campo di battaglia.
Non sto chiedendo all’Ucraina di arrendersi, né sto assolvendo Putin. Sto chiedendo che la politica torni a fare il proprio mestiere: cercare una via d’uscita, assumersi responsabilità e misurarsi con le conseguenze delle proprie decisioni.
E Zelensky, proprio perché guida una nazione sostenuta da tanti Paesi, dovrebbe ricordare che la gratitudine e il rispetto istituzionale non sono debolezze diplomatiche.
Non possiamo accettare che ogni dubbio venga interpretato come un tradimento, ogni richiesta di negoziato come una resa e ogni divergenza con Kiev come un favore a Mosca.
La pace non può essere un argomento proibito.
L’Ucraina merita solidarietà. Gli ucraini meritano un futuro. Ma l’Europa merita rispetto e i suoi cittadini hanno diritto a non essere trascinati in una strategia della quale non possono discutere obiettivi e limiti.
Perché una cosa deve essere chiara: Putin non può decidere il destino dell’Ucraina, ma Zelensky non può decidere da solo quello dell’Europa.
E forse è arrivato il momento di dirlo senza paura di essere etichettati.
GAS


